ECCO LA PORTA DEL CIELO:

PER ESSA ENTRANO I GIUSTI

di Paolo Farinella

Genova, 16-09-2019. – Gen 7, «13In quello stesso giorno entrarono nell’arca Noè, con i figli Sem, Cam e Iafet, la moglie di Noè, le tre mogli dei suoi tre figli; 14essi e tutti i viventi, secondo la loro specie, e tutto il bestiame, secondo la propria specie, e tutti i rettili che strisciano sulla terra, secondo la loro specie, tutti i volatili, secondo la loro specie, tutti gli uccelli, tutti gli esseri alati.  15Vennero dunque a Noè nell’arca, a due a due, di ogni carne in cui c’è il soffio di vita.  16Quelli che venivano, maschio e femmina d’ogni carne, entrarono come gli aveva comandato Dio. Il Signore chiuse la porta dietro di lui».

  1. Mentre osservo lo scultore fiorentino, Giovanni De Gara, ornare le porte delle chiese con il colore giallo-oro delle coperte distribuite ai Migranti soccorsi in mare, il pensiero corre spontaneo all’arte cristiana, bizantina e orientale in genere. Il «giallo-oro» è il colore della divinità trascendente che come una porta di casa si chiude dopo tutti sono entrati per proteggerli dai pericoli. Le coperte «giallo oro», espressione e forma della natura di Dio, sono brandelli di carne divina insanguinata che respira, che si protende dal dolore, intenso come le acque oscure del Mare Mediterraneo che circonda uomini, donne, bambini spauriti, spaventati e terrorizzati dall’imminente abisso che li avvolge per travolgerli.

Chi ha scelto «quelle» coperte non sapeva che stava compiendo un atto profetico, eseguendo un dettato dello Spirito di Dio e dell’animo di ogni Civiltà: tendere una coperta «giallo-oro» è acquietare lo sguardo smarrito nel sogno di un «Eldorado» possibile e vicino. È la promessa realizzata del «regno di Dio che è già qui, dentro di voi» (Mc 1,15).

Quel colore splende anche nella notte buia, trasformando i Migranti che lo indossano in «spiriti» buoni che vengono in soccorso di un «vecchio mondo» decrepito e in via di estinzione che ha paura di scomparire perché non ha visione di futuro, avendo ucciso la speranza dei propri figli.

Come gli ospiti di Abramo alle querce di Mamre, i Migranti sono messaggeri che portano una promessa (Gen 18,1-10): l’Europa sarà feconda, genererà figlie e figli se saprà aprire il proprio ventre al «kairòs – occasione propizia/momento favorevole» di Dio che viene col volto, il timore, i sogni e il desiderio di vita dei Migranti. Il Dio di Gesù Cristo parla attraverso le persone che incontriamo e gli avvenimenti che accadono, i soli «luoghi sacri» dove Dio è presente fisicamente, esigendo da noi verità, coerenza e quindi «metànoia» che non è banale conversione, ma capovolgi-mento di pensiero e di scelte, apertura all’orizzonte del futuro.

  • Nell’Arca di Noè, come abbiamo letto, per ordine di Dio, entrano tutte le specie viventi che appartengono «alla tua casa» (Gen 7,1) perché nulla di ciò che respira può essere estraneo all’uomo e quindi a Dio. Solo dopo che tutte le specie di essere viventi, a coppia di «pungente e perforata», sono entrate nell’arca, «il Signore Dio chiuse la porta dietro di lui» (Gen 7,16). La porta è chiusa da Dio dopo che la salvezza è compiuta per i giusti come Noè, il padre della nuova umanità che guida la barca che contiene la vita verso l’arcobaleno appeso lassù, nel cielo, dichiarando così la cessazione di ogni ostilità sulla terra.

Indorare le porte della chiesa, significa ricordare che nessuno può mai chiudere una porta o i porti se prima non sono in salvo coloro che vogliono e devono essere salvati. Il racconto del diluvio è una parabola per ogni tempo e generazione: il Dio di Abramo è «salvatore», perché «rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili» (Lc 1, 52).

  • Anche il patriarca Giacobbe, il padre delle dodici tribù d’Israele, sogna il terrore che il luogo incute, ma apre all’immensità del cielo:

In Gen 18 leggiamo: «16Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo”. 17Ebbe timore e disse: “Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo”».

La porta – e i porti – hanno una doppia personalità: fanno entrare e permettono di uscire. Anche la casa di Dio non può fare a meno della porta perché anche Dio entra per essa e «prende dimora», stabilendo cioè la propria «Shekinàh» che non è possesso, ma Presenza.

Chiunque entra da questa porta, colorata col colore di Dio che riflette l’immagine e la somiglianza dei figli di Dio, assume non solo un impegno, ma sottoscrive il Patto di Alleanza come atto giuridico d’identità, come diritto di tutti, nessuno escluso.

I migranti dell’Africa in primo luogo, perché essi da un’altra porta partivano per la loro condizione imposta di schiavitù, la porta del non ritorno o forse meglio dell’inferno come testimonia a 3 km da Dakar, capitale del Senegal, la «portà di Gorée», dove stanno le fondamenta degli Stati Uniti che fin dal 1444 e in modo massiccio da 1619 prosperarono sul furto di uomini e donne, venduti e comprati in terra africana per renderli schiavi della loro economia, società, obbrobrio. In senegalese «Gorée» significa «ventre femminile» per dire che l’Africa è stata la madre che ha partorito e cullato la nascita della civiltà occidentale (Giorgio Manzi, Ultime notizie sull’evoluzione umana, il Mulino, Bologna 2017), la stessa che oggi chiude i porti e le porte per aprire gli abissi del Mare perché inghiotta i figli dell’Africa.

  • Possiamo ancora pregare col Sal 118/117: «19Apritemi le porte della giustizia: vi entrerò per ringraziare il Signore. 20È questa la porta del Signore: per essa entrano i giusti».

Chi grida di aprire le porte della giustizia sta entrando attraverso la porta del tempio di Gerusalemme al cospetto del Dio di Israele colui che è giusto perché salva, che libera perché si resti liberi, che ama perché l’Amore è solo a perdere. Le porte della giustizia sono l’opposto della porta dell’interesse o del tornaconto, perché la Giustizia non è divisibile tra «a noi e non a loro», tra «a casa nostra e a casa loro»; la Giustizia è una come uno e Dio ed è anche ternaria come Dio che è relazione di Padre, Figlio e Spirito.

  • «Io-Sono la porta» (Gv 10,7.9) sta a significare l’identità di Dio, di quel Dio in cui diciamo di credere, ma che spesso abbandoniamo al suo destino, rinnegandolo, assassinandolo, ogni volta che pronunciamo parole razziste, compiamo gesti di esclusione, facciamo i bulli con i deboli, bestemmiamo il Nome Santo di Dio che ha detto: «tutto quello che avrete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me» (Mt 25,49; cf 18,3-7). Se il Signore è la porta d’ingresso, possiamo noi essere muri invalicabili o fili spinati graffianti, per giunta nel suo Nome, baciando rosari e sventolando vangeli che mai si sono letti? Possiamo essere porti chiusi al Diritto internazionale da noi sottoscritto che c’impone di soccorrere e solo poi di ragionare le modalità pratiche di condivisione con altre nazioni?
  • I cattolici e purtroppo anche i politicanti di destra, compresi i sedicenti di sinistra, si sono sgolati per esigere che nella costituzione europea fossero citate le «radici giudaico cristiane» dell’Europa per passare senza problemi a invocare la morte del Cristianesimo, avendo bruciato il Vangelo che pone la civiltà nel «fare agli altri quello che si vorrebbe fosse fatto a noi» (Mt 7,12).
  • Entrare dalla porta dorata che le mani dell’artista Giovanni De Gara hanno disegnato e scolpito sulla pelle di Dio, significa «portare i pesi gli uni degli altri», come è scritto nella Hall dell’ONU, dove campeggia il pensiero del poeta iraniano, Saadi di Shiraz (1203-1291, Iran):

«Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo, 

sono della stessa essenza.

Quando il tempo affligge con il dolore

una parte del corpo (anche) le altre parti soffrono.

Se tu non senti la pena degli altri,

non meriti di essere

chiamato uomo».

  • Chi entra per questa Porta dorata decide di lasciarsi contaminare da Dio:
  • Riconosce in ogni uomo e donna, il proprio simile, con stessi diritti e doveri.
  • Se è credente si riconosce nel Vangelo del proprio Signore.
  • Se non è credente, si riconosce nella comune umanità.
  • Se è credente e cittadino, si riconosce nella Costituzione Italiana.
  • Se è cittadino del mondo, si riconosce nella Dichiarazione dei diritti dell’Onu e ordinamenti giuridici collegati.
  • Se ha paura, può pensare che è successo anche in Italia essere riprovati e rifiutati con le leggi raziali del fascismo nel 1938.
  • Se pensa che prima vengono gli Italiani, faccia memoria di quando lo dicevano agli Italiani, in Svizzera, in Belgio, in Germania, in Francia e altrove.
  • Se pensa che gli Africani non sono come noi, non può entrare nella Chiesa di Gesù; non può ascoltare la Parola di Dio, non può fare la comunione perché sarebbero sacrilegi consapevoli e bestemmie conclamate.
  • Se pensa che vengo a rubare il lavoro, la casa e il pane, faccia il conto di quello che noi abbiamo rubato in tre secoli e mezzo e continuiamo a rubare al continente Africano in materie prime, petrolio, gas, legname pregiato, minerali pregiati, avorio, ebano; guardi il cellulare che ha in mano e sappia che gronda il sangue dei bambini congolesi di 8 anni che con le loro mani scavano nelle miniere per estrarlo e fare funzionare le batterie di ultima generazione. I bambini sono pagati € 10,00 al mese e 250 mila bambini sono morti tra il 1998 e il 2014 nelle miniere di estrazione del coltan.
  • Entrare per questa porta d’oro, significa fare una doppia professione di fede: nella dignità di ogni persona umana di qualunque Paese e cultura; nella paternità del Dio di Gesù che si schiera dalla parte dei piccoli e dei deboli cui dà sempre la precedenza; sul Diritto che non può valere «prima» per alcuni e «poi…se ne avanza» per gli altri perché è discriminazione razzismo, miserevole bassezza.

«Apritemi le porte della Giustizia… solo i Giusti entrano per essa» (Sal 118/117, 19-20)